Titolo, mi ricorda quella ‘mancanza’ che da grafico editoriale scrivevo sull’impaginato e che poi il redattore avrebbe sostituito, invece il riferimento è alla contrada in cui si trovano i vigneti e gli uliveti della Cantina di Elena Fucci. Siamo ai piedi del monte Vulture, un vulcano spento che ha lasciato nel suolo stratificazioni di lava e ceneri insieme ad argille sedimentate, nel comune di Barile (PZ), in Basilicata. Le vigne sono sui 600 m/slm. Avevo scelto di acquistare questo vino perchè cercavo un Aglianico del Vulture Doc che sapesse esprimermi le caratteristiche del vitigno e del ‘terroir’ in modo chiaro, poi c’è il fatto che nelle guide, questa marca ha punteggi di eccellenza e voglio capire perchè. La cosa interessante di questa Cantina è che ha scelto di concentrare il proprio lavoro su di un unico vino, che è poi quello più rappresentativo della regione, l’Aglianico. Cosa mi aspetto?, sapidità, acidità, mineralità, consistenza e un buon grado alcolico. Vediamo se è così. L’annata è la 2015 (nel retro etichetta viene declamata come un’ottima annata), il vino affina 12 mesi in barriques nuove e un altro anno in bottiglia. È di un bel rosso rubino con riflessi granato, concentrato e cristallino. I profumi mi indicano, spezie, tostatura, erbe mediche, è particolare, invitante. Al gusto sento questa bella sapidità/mineralità che si integra con aromi di frutta rossa fresca, con note speziate dal mentolato al cacao, con un finale di liquirizia. I tannini sono ben presenti e lo rendono pronto per sposarsi felicemente con piatti ricchi di grassezza e succulenza. È di corpo e caldo (14° Vol.), snello e lungo nella persistenza. Raffinato ed elegante, si esprime con un carattere limpido e deciso. Guardo la foto di Elena Fucci sul sito (che tra l’altro è una gran bella donna) e mi domando se anche lei ha questo carattere, penso di sì, in fondo è lei che lo ha voluto così. E noi consumatori non possiamo che ringraziarla per questo magnifico nettare.
Cesanese del Piglio DOCG, Romanico 2014, Coletti Conti
È quasi Pasqua, si celebra la passione di Cristo, sangue, resurrezione… non voglio essere blasfemo, ma più che alla sofferenza penso ai giorni di vacanza. Con quale vino festeggiarli?, non può che essere un ‘rosso’ mi dico. Per convincermi che questo Romanico sia il vino giusto ho trovato due motivazioni, la prima è che proviene dalla regione simbolo del cattolicesimo, il Lazio; la seconda è che gli attuali proprietari della Cantina produttrice discendono dalla famiglia Conti, che annovera nelle sue discendenze ben quattro papi. Ce ne sarebbe una terza, che potrebbe invogliare qualcuno a stapparne una bottiglia proprio nel giorno di Pasqua, ed è l’abbinamento con le carni d’Agnello, sarebbe perfetto, così come con altre pietanze a base di carne o primi molto strutturati. No dai, lasciate perdere gli agnellini che mi viene l’angoscia a suggerire di metterli nel piatto. Lo assaggio da solo, poi a cena mi inventerò qualcosa che possa starci bene vicino. Cinghiale ad esempio, questo si può o indigna anche lui?. Mi sto allontanando dall’argomento rischiando di far arrabbiare chi per scelta non mangia carni, torniamo al vino. Il Romanico, già il nome ci porta nella zona d’origine, prodotto con uve Cesanese di Affile 100%, coltivate nelle colline del Frusinate e più precisamente nella zona di Anagni su suoli di origine vulcanica, ad un’altezza di circa 230 m/slm. Il Cesanese di Affile è un vitigno storico che però risulta poco conosciuto se non a chi mastica vino. Lo troviamo nella DOCG Cesanese del Piglio, il vino rosso simbolo di questa regione, considerato il Pinot Noir del Lazio. Una vera perla nel panorama vinicolo italiano che attraverso la versione di Coletti Conti ci mostra al meglio le proprie caratteristiche aromatiche e strutturali. All’olfatto si presenta con una bella nota balsamica, quasi mentolata e di spezie, liquirizia, più lo ruoto nel calice e più sprigiona sentori diversi, dai frutti rossi alla viola, a note eleganti e sottili di legno. In bocca dimostra una grande struttura, si esaltano i frutti rossi, ciliegia ma anche vaniglia, di nuovo queste bellissime sensazioni di erbe profumate, timo, lavanda. È morbido, vellutato e solo alla fine ne percepisci la grande componente tannica che sembra dirti ‘dai dammi qualcosa da mangiare che ti faccio vedere io’, (fatto). È lungo, caldo (15% Vol. Alcol), con un bel finale balsamico, abbastanza sapido, molto persistente, sono passati 20 secondi dalla deglutizione ed è ancora qui. A ragione questo vino ha ricevuto numerosi premi. Anche secondo me merita almeno 90 punti per l’armonia che dimostra. Si può trovare al costo di circa 26,00€. Lo inserisco nella mia selezione dei preferiti e a voi che leggete non mi resta che auguravi una serena Pasqua e un calice di Romanico davanti al piatto, qualunque esso sia.
Evento “Tutto il Gavi a Milano” per festeggiare i vent’anni della DOCG
Serata all’insegna del Gavi nello storico Palazzo Giureconsulti, nel cuore di Milano. Location prestigiosa per un vino prestigioso quale è il Gavi. È stata presentata l’etichetta del Consorzio per l’annata 2017, disegnata da Serena Viola, mi piace perchè oltre a rappresentare l’incontro tra mare e terra, come fossero due mani incrociate, trasmette attraverso i colori e gli spazi bianchi un’idea di freschezza che è poi la caratteristica principale di questo vino.
La presentazione spazia dal territorio ai progetti di valorizzazione della zona, mi è piaciuto sentire dall’Agronomo del Consorzio come in questo territorio Alessandrino, con suoli simili a quelle delle Langhe, si sia fatta la scelta di dare rilevanza alla coltivazione del Cortese anziché a uve a bacca rossa.
Qualche informazione generale: il Gavi o Cortese di Gavi DOCG, è la denominazione che coinvolge 11 comuni nella provincia di Alessandria. Il vitigno è l’autoctono Cortese, coltivato in 1500 ettari su suoli definiti in tre fasce: di terre rosse a nord, ricche di residui ferrosi e di ghiaie miste ad argilla e depositi alluvionali. Nella fascia centrale, Serravalle, Gavi, San Cristoforo si alternano marne e arenarie. La fascia meridionale è caratterizzata da marne argillose bianche di origine marina con numerosi fossili e stratificazioni (marne Serravalliane), terreni particolarmente adatti ad esaltare le qualità dell’uva Cortese. Il disciplinare di produzione prevede la possibilità di realizzare vini di tipo, Tranquillo, Frizzante, Spumante, Riserva e Riserva Spumante metodo classico. Sono circa 80 i produttori e oltre 13.000.000 le bottiglie prodotte ogni anno, di cui più dell’80% viene destinato all’esportazione.
Terminata la presentazione ci siamo spostati nella sala di degustazione da cui si poteva accedere alla bella terrazza con vista sul Duomo e sorseggiarsi il proprio calice sentendo il brusio delle persone che poco più sotto passeggiavano in via Dante, bella atmosfera, conviviale, dove produttori, giornalisti e operatori del settore si scambiavano opinioni tra l’assaggio di un Gavi e l’altro. Ad accompagnare i vini c’erano anche dei magnifici stuzzichini con prodotti della zona, robiola, castelmagno, focaccia, farinata…
All’ingresso in sala tutti si sono fiondati sul primo banco, quello degli spumanti a metodo classico da uva Cortese, io che per natura odio la ressa ho optato per andare subito al sodo assaggiando il Gavi La Meirana 2017 di Broglia, azienda con i vigneti più antichi di Gavi, dal 972. Wow, potrei bere solo questo ed andare a casa felice, fiori bianchi e frutti freschi, ananas, lungo, persistente, con un bel finale ammandorlato. Assaggio poi (a ressa finita), lo spumante La Mesma ma è un errore farlo adesso dopo il Broglia, sento che è un buon prodotto ma non sono in grado di apprezzarlo fino in fondo, meglio tornare ai secchi. Castello di Tassarolo, Alborina 2016, ottimo anche questo, di corpo, intenso con una bella nota di mandorla dolce e sentori terziari.
Adesso voglio provare La Caplana, bella etichetta dove spicca una figura femminile disegnata con lo stile di Modigliani, questo vino mi piace davvero tanto, ha un carattere vivace di frutti freschissimi, armonico con un bel finale che rimane sul floreale e fruttato, è come una giovane ragazza sbarazzina che irrompe in una cena di gala tra nobili incipriate, crea scompiglio e si fa notare per la sua esuberanza, ne vorrei un’altro calice ma mi trattengo, lo metto però tra i preferiti per i prossimi acquisti, provo anche l’altro, il Villa Vecchia, beh che dire, questa cantina ha vinto il mio premio fedeltà. Pur rimanendo su sentori di fiori e frutti freschi c’è una bella nota agrumata, mineralità e persistenza. Passo a Il Poggio di Gavi etichetta nera, è di corpo, complesso con sentori che rimandano a frutti maturi, mineralità che va a braccetto con una morbidezza dai sentori dolci, mielati, ottimo anche questo.
Meglio mangiare qualcosa, una scaglia di Castelmagno e una tartina robiola e prosciutto crudo, che bontà, guardo le persone sorridenti e rilassate, il vino inizia a fare il suo effetto, c’è la foto di gruppo dei produttori con il presidente del Consorzio Maurizio Montobbio, bello vederli qui, credo sia una soddisfazione anche per loro. Mi sarebbe piaciuto conoscerli di fronte ai loro vini e potermi complimentare ma va bene così, i sommelier Ais di Alessandria li hanno sostituiti egregiamente, preparati nel dare informazioni e gentili nel servizio, bravi davvero.
Con qualcosa nello stomaco posso fare altri assaggi, Ghio, La Raia, La Zerba, Biné, Morgassi Superiore, La Bollina, tutti bei Gavi. Scusatemi se non descrivo ognuno di questi ma posso dirvi che erano tutti di qualità e vi invito a scoprirli. In generale, a caratterizzare il Gavi sono i fiori bianchi e i frutti freschi, con mineralità e morbidezze più o meno accentuate a seconda dei comuni di provenienza, si esprimono in modo raffinato, elegante. Mi verrebbe da dire che sono aristocratici, d’élite, per la complessità che alcuni di loro sanno esprimere, ma sarebbe sbagliato, credo possano essere invece considerati degli ottimi vini anche per il consumo quotidiano, ad accompaganre carni bianche e formaggi di media stagionatura, o per un aperitivo ricco di sapori.
Mi godo rilassato questi vini con il tasso alcolico che inizia a farsi sentire, la serata è ormai in conclusione, c’è giusto il tempo per non farsi scappare Le Terre di Stefano Massone, La Giustiniana e Villa Sparina, che dire, il Gavi è un gran bianco e tutte le etichette provate hanno saputo esprimersi in modo diverso lasciandomi un bel ricordo. Non voglio esagerare quindi concludo la serata e mi avvio felice alla fermata del tram, sono le 21.30, tanti giovani in giro, la serata è appena iniziata, magari andranno a bersi un Moscow Mule o un Mojito, vorrei dirgli di lasciar perdere i cocktail e passare a un buon vino, un Gavi ad esempio.
Grazie al Consorzio di Tutela per l’invito e ai produttori di Gavi per avermi dato la possibilità di assaggiare i loro vini.
Siamo in prima fila questa sera, io e gli amici assaggiatori di Onav, l’argomento merita il massimo dell’attenzione, “vini d’Alsazia e mineralità”, a presentarlo, come sempre accade, quando l’argomento è di un certo ‘peso’, è Vito Intini, carico e di buon umore come al solito, pronto ad instillarci una buona dose di vino che arricchirà le nostre conoscenze enoiche. L’introduzione è il territorio, bla bla bla, ‘scherzo’, per avere un quadro completo di un vino devi sapere tutto quello che lo riguarda.
Partiamo dall’Alsazia, regione francese che occupa una striscia di terra tra la catena montuosa dei Vosgi e il fiume Reno, nel nord est della Francia al confine con Germania e Svizzera, Basilea è a pochi chilometri, ci starebbe una gita da Milano. A me vengono in mente le case colorate barrate di legno di Strasburgo, se ci sei stato anche tu, fai che scendi giù fino a Colmar e Mulhouse. Questa è la zona dei vini, dove la coltivazione è collinare, tra i 200 e i 400 m/slm. Il clima è continentale con autunni secchi e soleggiati. Le acque del Reno e soprattuto i monti Vosgi proteggono le vigne dalle correnti fredde provenienti dall’Oceano Atlantico. La caratteristica più importante di questa zona è la composizione dei terreni in cui si trovano le vigne, granito, calcare, argilla, ardesia, gesso, marne con presenza di fossili e rocce vulcaniche. Minerali che poi daranno la tipica impronta di mineralità nei vini Alsaziani. I minerali non hanno odore, ma attraverso la loro disgregazione in polveri e ceneri, rilasciano nutrimento per le radici della vite, che a sua volta, attraverso la linfa, ingloba queste molecole negli acini e nel vino che verrà. La mineralità si esprime in sensazioni tattili di pungenza e polverosità. Al gusto trasmette una spiccata sapidità e una acidità ad alto valore di Ph che favorisce la salivazione (e la beva). Per avere il profilo completo che caratterizza i vini Alsaziani dobbiamo aggiungere i vitigni utilizzati, i più rappresentativi sono: l’aromatico Gewurtztraminer, il Riesling (che ritroviamo allo stesso livello di eccellenza dall’altra parte del Reno), il Pinot grigio con la sua selezione di ‘grani nobili’, cioè solo i chicchi migliori colpiti dall’azione della muffa nobile, il Moscato alsaziano e il moscato Ottonel. L’ultimo tassello ed il più importante, nel trasmettere l’impronta minerale nei vini, è la tipologia di viticoltura, che nel caso del Domaine Zind-Humbrecht si svolge in biodinamica, detto in sintesi, esclude ogni utilizzo di concimi chimici e diserbanti, preserva le uve e non va a modificarne le caratteristiche con l’utilizzo di lieviti selezionati (se non quelli presenti nella cantina stessa).
Ecco come Monsieur Olivier Humbrecht sintetizza il concetto di biodinamica e mineralità:“La percezione della mineralità del vino può essere la manifestazione intima della profondità di un terroir e della sua capacità di firmare un vino in un modo unico. Contrariamente alla ricchezza di carbonio, non può essere falsificata o modificata artificialmente. Solo un grande rispetto del suolo, della vite e di una vinificazione non interventista garantirà una presenza di sali e ceneri significativi nel vino. La mineralità distinguerà un prodotto tecnologico da un vino di terroir. Riconoscere una vera mineralità può essere un esercizio difficile, perché non va scambiata per aromi di riduzione, eccesso di solforosa, acidità vegetale o semplicemente per potenza aromatica. La mineralità si gusterà in bocca, riconoscendo l’espressione di salinità e la potenza della salivazione”.
Due righe sull’Azienda prima di passare alla degustazione; l’attività di “Vigneron“ della famiglia Umbrecht inizia nel 1620 e continua fino al 1959 anno in cui attraverso l’unione con l’attività della famiglia Zend viene creato il Domaine Zend-Humbrecht che ad oggi ha complessivamente 40 ettari di vigne. Nel 1997 iniziano ad applicare la biodinamica in vigna. I vini da loro prodotti sono super premiati nelle guide di settore, dove raggiungono punteggi superiori ai 90 punti. Si possono trovare anche online dai 30€ in su.
La degustazione dei 6 Vins d’Alsace Zind-Humbrecht
Muscat Goldert, Grand cru, 2011 (ind. 1 – grado zuccherino corrispondente a secco)
13° Vol Alcol
Acidità 4.9 g/l- Ph 3.2
80% Muscat Petit Grain, 20% Muscat Ottonel
Terreno calcareo con vene di materiale ferroso
Floreale, elegante, minerale, nota agrumata, frutti tropicali, lychees, finale sapido. Questo primo vino in degustazione, anche se non è stato apprezzato da tutti, mi è piaciuto molto per la sua freschezza e il carattere giovane, non sempre si ha il bisogno di bere vini opulenti, questo lo vedo bene come aperitivo accompagnato da stuzzichini leggeri.
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Riesling Heimbourg, 2014 (ind. 1)
12.5° Vol. Alcol – residuo zuccherino 8.3 g/l
Acidità 5.0 g/l – Ph 3.0
100% Riesling renano
Terreni argillo/calcarei con marne stratificate, la vigna è su una piccola costa di una collina di 7 ettari
Impatto minerale, mela cotogna, pera, mela, agrumi, ananas, note citrine, gesso, borotalco, grande acidità, sapidità, rotondità e persistenza. Buono, con un grande potenziale di miglioramento negli anni. Z-H ne consiglia il consumo dal 2018 a oltre il 2034.
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Riesling Brand, Vieilles Vignes, 2011 (ind. 2)
14° Vol. Alcol – residuo zuccherino 18.0 g/l
Acidità 3.8 g/l – Ph 3.3
100% Riesling renano
Territorio straordinario, più in alto, con pendenze rilevanti, presenza di granito e calcare. Esposto a sud.
Di un bel giallo paglierino dorato, è minerale con ricordi di ruggine e sensazione di polvere. Frutti tropicali, ananas, maracuja, mango. In bocca scivola morbido e dolce, chiude con bella freschezza secca.
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Gewurztraminer Hengst, Grand Cru, 2013 (ind. 5)
13,5% Vol. Alcol – residuo zuccherino 45.0 g/l
Acidità 3.2 g/l – Ph 3.7
100% Gewurtztraminer
Terreno marnoso calcareo dell’Oligocene, esposizione sud-est. Età media dei vigneti 62 anni.
Dolce. Impatto elegantissimo, albicocca, pesca, mielato, nota minerale e citrina, agrume. In bocca ha la tipica nota amarotica dei vitigni aromatici, in chiusura è secco con belle note balsamiche, eucalipto, pino. Lunga persistenza. Ideale abbinamento con cibi speziati o formaggi erborinati. L’Azienda ne consiglia il consumo nell’arco di tempo 2018-2036. Io lo trovo già ‘pronto’ così. Bel Gewurtztraminer.
Acidità non reperibile, probabile grado zuccherino superiore agli 80 g/l
100% Gewurtztraminer
Terreno calcareo marino con fossili e argille in disfacimento, a 350 m di altitudine riceve le correnti fredde, viene effettuata una vendemmia tardiva. Uve botritizzate. Considerato un vino mito.
Dolce. Mela cotogna, spezia di fondo, legni asiatici, cera, frutti stramaturi, ananas, arancio, fico secco, miele. Sensazione polverosa, minerale, sottile idrocarburo. Nota verticale di frutto più fresco e fiori bianchi, mandarino, scorza d’arancio. Complesso e lunghissimo. Un vino da meditazione, di quelli che vorrei avere di ritorno da un viaggio in Alsazia.
Piccolo Clos di 1.3 ettari che si trova su una faglia di gesso, ricca di galestro. L’unico vigneto della tenuta di selezione dei Grains Nobles, raccolti in vendemmia tardiva, uve botritizzate.
Dolce. Bel colore ambrato, note di marmellata fresca, pesca, albicocca, ananas, mango. Nota speziata di pepe. Io ci sento anche degli smalti, vernici. In bocca è armonico, bellissimo e persistente. Si chiude la degustazione al top con questo Pinot Gris che sarebbe l’ideale da metter in tavola a fine pranzo con la Colomba Pasquale.
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E siamo alla fine di questa bella e ‘dolce’ serata, non mi resta che affrontare il ritorno in moto sotto la pioggia, guardo le goccioline scendere sulla visiera chiusa, ripenso alle lacrime di Pinot gris che scendono sul bicchiere e sorrido felice, …anche se ho i piedi fradici e sono tutto infreddolito.
Aprire una bottiglia di un vino che ami e conosci da tempo è rassicurante, sai che non avrai brutte sorprese, torneranno quelle sensazioni che te lo hanno fatto amare e i ricordi dei primi incontri. Ho passato parecchie estati in quella meravigliosa isola che è la Sardegna e ho avuto la possibilità di soggiornare in tutte e tre le sottozone dove il Cannonau si esprime a livelli di eccellenza, cioè le denominazioni di: Capo Ferrato – comuni di Castiadas, Muravera, San Vito, Villaputzu e Villasimius nella provincia di Cagliari. Jerzu – comuni di Jerzu e di Cardedu nella provincia di Ogliastra. Oliena o Nepente di Oliena – comune di Oliena e parte di quello di Orgosolo nella provincia di Nuoro.
Estati in cui Pecorino sardo e Cannonau erano sempre sulla tavola, a Solanas (CA) dove compravo i miei primi Cannonau sfusi, poi a Cardedu in Ogliastra, con le vigne sotto casa, che arrivavano a poche decine di metri dal mare, ed infine ad Orosei in quella zona della Sardegna che più di tutte amo, nella provincia di Nuoro. Da una parte il mare e dall’altra le montagne del Supramonte. Dorgali, Oliena, vallate dove la vite cresce rigogliosa, con il sole accecante e la brezza marina che fanno maturare le uve con un grande contenuto zuccherino che poi si trasformerà in Cannonau con volumi di alcol superiori al 14%.
Tra i vari Cannonau che ho assaggiato il Nepente di Oliena della Cantina Oliena è senza dubbio tra quelli che consiglierei di assaggiare. Rubino tendente al granato, luminoso, consistente nel bicchiere. Morbido in bocca, con tannini setosi e la giusta acidità a non renderlo pastoso, sentori che, chiudendo gli occhi, ti riportano a quei profumi di macchia mediterranea che senti appena sbarchi sull’isola, e aromi di bacche, frutti maturi e saporiti, prugna, more, ciliegia. Note leggere amarognole di noce, mandorla. Un finale che è un abbraccio caloroso, dolce e fruttato. Non mi stupisce che Gabriele D’Annunzio ne abbia decantato le qualità. Il Nepente di Oliena è un toccasana per anima e corpo, altro che antidepressivi, un calice di Nepente e la tristezza se ne va.
Luca Gonzato
Note. Il Cannonau è il vitigno più coltivato della Sardegna, riconosciuto autoctono. Seppur con varietà diverse è coltivato in molti paesi, conosciuto con il nome di Grenache in Francia (al top nella Valle del Rodano) e Garnacha in Spagna.
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